«Pericolo della nostra cultura: apparteniamo ad un tempo la cui cultura è in pericolo di affondare a causa dei (propri) mezzi di cultura» F. Nietzsche, Umano troppo umano.
Gli attentati alle Torri Gemelle di New York dell’undici settembre duemilauno segnano un cambio epocale: significano la fine di una «sbornia» postmoderna e dell’idea ingenua della «fine della storia» di Fukuyama (1992); il dibattito internazionale viene occupato dalle questioni della globalizzazione, del «Pensiero Unico» (Ignacio Ramonet nel 1995 in un famoso editoriale di Le Monde Diplomatique), e dello scontro di civiltà di Huntington (2005) e, poco dopo, dalla crisi ipotecaria e finanziaria.
Dello schema mentale della Guerra Fredda prima e della postmodernità poi, sopravvive ai giorni nostri un unico consenso chiaro, quello della «globalizzazione» e dell’egemonia dei «mercati globali». Un consenso che si impone ai moderni Stati-Nazione, alle gerarchie economico-tecnologiche internazionali, fino ad ora inespugnabili, ai debiti «sovrani», al welfare state che tanto è costato creare e, in modo particolare, si impone alle stesse culture, alle aspettative di individui e popolazioni intere. Come spiega Edward Luttwak (2000), la globalizzazione comporta nuovi vincitori e nuovi vinti, fino al punto in cui, oggi, sembra essersi imposta alla stregua del «giudizio universale» della storia (il «Weltgericht» di cui scrivevano Schiller o Hegel) che tutto governa.
Possiamo definire la «globalizzazione» come un processo complesso di lunga durata che evidenzia gli aspetti comunicativi e di interdipendenza in tutto il pianeta. Nel mondo francofono si usa abitualmente il termine «mondializzazione», noi preferiamo usare la parola di origine anglosassone «globalizzazione» e consideriamo i due termini come sinonimi. Trovandoci davanti a ciò che di più simile può esserci ad un totale e totalizzante «giudizio universale», ci sembra controproducente distinguere —come pretendono alcuni— tra una «mondializzazione» nel senso economico, geografico e tecnologico, ed una «globalizzazione» culturale e unificatrice (di cui l’estremo ultimo sarebbe il PU).

